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“Prima di pensare al leader pensiamo al partito: senza idee il Pd muore”- la mia intervista a “Il Foglio”

Il sindaco di Firenze chiede una svolta a Zingaretti: “Quattro punti chiari da portare al govemo e una costituente democratica. Se oggi chiedo a uno per strada cos’è il Pd, quello probabilmente non mi sa rispondere. E lo capisco” 

“Prima di pensare al segretario, dobbiamo pensare al partito. Cambiare Zingaretti, lasciando tutto il resto così com’è, non serve: sarebbe un po’ come cambiare il pilota sapendo che la macchina non funziona. Le domande sono: qual è il profilo del Pd? Cosa propone il Pd? Come facciamo a parlare di alleanza permanente con i 5 stelle se non sappiamo nemmeno chi siamo. Se io oggi vado fuori per strada e parlo con un pensionato o con una studentessa e gli chiedo: `Secondo te cos’è il Pd?’, quello probabilmente mi guarda come fossi un marziano”.

E allora Dario Nardella, sindaco di Firenze, leader riformista come Giorgio Gori e Stefano Bonaccini, si rivolge direttamente a Nicola Zingaretti. “Dobbiamo mettere giù i presupposti di una nuova stagione politica”, dice. “Bisogna spezzare il meccanismo autoreferenziale e romanizzato del partito”, aggiunge. “E allora lancio una sfida amichevole a Zingaretti, e mi auguro la raccolga: avvii il prima possibile una costituente democratica. Ne aveva parlato anche lui, prima del coronavirus. Lo faccia. Coinvolga i sindaci, i governatori, i rappresentanti degli enti locali che sono la forza viva del Pd. E diamo al partito un’identità sulle grandi questione del momento”.

Quali? “Sanità e welfare, collegati al Mes individuato come leva di sviluppo del territorio. Poi l’ambiente, che significa incentivi fiscali e agenda urbana. La scuola, perché con il Covid è emersa tutta la debolezza di una politica schiacciata tra sindacati e virologi. E infine il lavoro: va superato il modello fondato sul reddito di cittadinanza. Bisogna puntare sulla produttività. II Pd ce l’ha il coraggio di mettere questi quattro punti irrinunciabili sul tavolo del governo?”.

E insomma ciò che Dario Nardella critica è la genericità. Ma non è forse proprio questa la caratteristica che si richiedeva a Nicola Zingaretti, divenuto segretario di un Pd traumatizzato da lunghi anni di lotte intestine? In fondo Zingaretti fa quello che gli è stato chiesto: l’unità tra le correnti prima di tutto. Anche a costo di non dire nulla. “Ritrovare tranquillità dopo una lunga stagione di scontri, culminata prima con la scissione di Bersani e poi con quella di Renzi, era necessario”, dice Nardella. “Però, ecco, l’unità delle correnti è una cosa diversa dall’unità costruita intorno a delle idee forti. Perché purtroppo, alla fine, quello che manca ora al partito è proprio questo: un profilo chiaro. Non possiamo sacrificare sull’altare dell’unità tra le correnti, né sull’altare del governo, la ricerca ineludibile di un dibattito vero sulle idee e sulle proposte”.

La genericità è forse obbligatoria, tuttavia: serve a tenere in piedi il patto con i 5 stelle che regge il governo. “E infatti l’alleanza coi 5 stelle non è organica manco per niente. E’ un patto parlamentare. Perché quando poi arrivi alle regionali scopri che con i grillini non c’è comunanza sui valori e le idee di fondo. In Toscana per esempio, come in molte altre parti d’Italia, non siamo riusciti a farla questa famosa alleanza perché ci sono punti di vista troppo diversi su cose troppo importanti come le infrastrutture o le politiche sociali. Ma guardi, mi spingo a dire una cosa forse un po’ forte”. Prego. “Non possiamo aspettare di perdere le elezioni prima di capire se esistono o no le condizioni per una alleanza strategica con i grillini”.

Bisogna sciogliere un equivoco? “Si tratta di capire se quella con il M5s è un’alleanza strategica oppure un accordo parlamentare destinato a durare lo spazio di una legislatura”. E certo, la domanda è ovvia: perché mai Zingaretti dovrebbe chiarire il profilo del partito, e addirittura mettere giù – come dice Nardella – quattro punti irrinunciabili su sanità, welfare, ambiente e scuola, se tutto questo implica un rischio per il governo? “Dovrebbe farlo, investendo anche gli amministratori locali di un ruolo decisionale nel partito, proprio per evitare che il Pd torni alle lotte intestine e correntizie di un tempo. Perché in mancanza di idee, chiarezza e proposte, del Pd non resterebbe che quello: gruppi di potere e correnti. E tenga conto che oggi più che mai, al contrario, si è aperto uno spazio di vitalità nella sinistra europea. Ma se il Pd rimane chiuso, ripiegato sul suo ombelico, se il Pd assume l’unità come un aspetto formale della sua vita politica, rischia. Rischia l’osso del collo. Ma io sono ottimista. E per questo mi rivolgo a Zingaretti: caro Zingaretti lancia la costituente democratica e coinvolgi gli amministratori locali”. Ma questa costituente democratica non sarebbe un congresso? “Sarebbe un congresso di idee.

Ma mi faccia insistere su un punto: va cambiato proprio il meccanismo di governo del partito”. Con i sindaci. “Con gli amministratori locali. L’organizzazione del partito dovrebbe essere basata sul principio della rappresentanza. Le decisioni strategiche, che vanno prese, non possono non tenere conto dei territori. Il Pd ha uno straordinario patrimonio: quasi sessantamila consiglieri comunali e quindicimila assessori. Persone investite d’una delega democratica da parte di milioni di italiani. persone che devono essere protagoniste di un processo di apertura alla società civile. Per quel che mi riguarda sto dando seguito all’incaricò che mi diede Zingaretti: le cento piazze, da Bolzano a Trapani. Il Pd ha un tesoro di partecipazione democratica, ma è come se lo avesse sotterrato”.

I sindaci in segreteria? “Non è una questione di poltrone. Perché se ci danno una poltrona, e poi i nomi dei ministri li decidono nella stanza accanto, non serve a nulla. La questione è di sostanza: quanto devono pesare nel Pd i territori. Si tratta di cambiare completamente l’organizzazione, facendo prevalere un principio meno oligarchico e meno romano”.

Il partito dei sindaci, all’incirca. Non piacerà a Dario Franceschini, a occhio . “Guardi che in Inghilterra il vero contendente di Boris Johnson è il sindaco di Londra, non il segretario del Labour. In Francia gli avversari della destra sono i sindaci rossoverdi eletti domenica. E in Polonia chi è il candidato contro il presidente dell’ultradestra? Il sindaco di Varsavia! Gli amministratori locali sono leader politici. Zingaretti dovrebbe mettersi alla testa di questo movimento. Non deve averne paura”. E’ un invito, certo. Ma anche, forse, un mezzo avvertimento.

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