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Per vincere in Europa servono l’unità dei democratici e l’iniziativa dei sindaci. La mia intervista a La Stampa

Il sindaco di Firenze, Dario Nardella, dem renziano della prima ora, figura tra le firme del manifesto europeista lanciato da Calenda. «Mi convince l’idea di proporre una unità di forze democratiche. E di farlo per arrivare a un’Europa diversa e più forte», spiega il suo appoggio.

Il simbolo del Pd rimarrà o sparirà dalle elezioni di maggio? «Io ho avuto la prima tessera del Pds, poi dei Ds infine del Pd: non trovo scandaloso cambiare simboli e nomi. Il punto però è arrivarci dopo aver trovato nuove idee e modelli organizzativi, altrimenti è come un’azienda di biscotti che non riesce più a vendere e, anziché cambiare la ricetta, cambia solo il nome».

Cioè il rischio è limitarsi a camuffare il simbolo Pd senza cambiare nulla… «Esatto, dobbiamo evitare di finire in una discussione tutta nominalistica per entrare in un campo nuovo, di cambiamento».

C’è spazio anche per gli ex compagni di LeU, come Bersani e D’Alema? «Questa unità non si deve basare su un rassemblement di ceto politico. Piuttosto bisogna dare spazio a mondi che finora si sono sentiti traditi dalla politica. A partire dai territori: sono contento che molti sindaci abbiano firmato questo appello. Contro l’Europa dei sovranisti bisogna avanzare l’Europa delle città: è nelle comunità urbane che i cittadini trovano identità e sicurezza».

Serve il famoso partito dei sindaci? «Non è questo il punto, è dare alle città un ruolo di primo piano. A febbraio a Parigi ci incontreremo con i sindaci di Londra, Parigi, Milano, Berlino e Atene per discutere di Europa».

Chi può guidare questa eventuale lista unitaria? «Il leader è fondamentale, e ancora lo dobbiamo trovare. Io per ora non lo vedo».

Il tempo da qui alle Europee è poco… «Lo so, ma i leader non si fanno in laboratorio. Vedremo. Apprezzo comunque che questo appello non nasca dalla visione utilitaristica di qualcuno ma veramente per cambiare le cose».

Enrico Letta teme che una lista di tutti gli europeisti sia un regalo ai populisti, che hanno bisogno di un nemico per la loro narrazione. «Sarebbe un regalo se facessimo i difensori di questa Europa, ma noi vogliamo cambiarla e rilanciarla».

Questo manifesto ha avuto il merito di unire quasi tutto il Pd, da Zingaretti a Martina. «Penso sia un buon terreno su cui si può sviluppare il congresso del Pd. Evitando così che diventi l’ennesima, stucchevole resa dei conti».

Lei chi sostiene al congresso? «Trovo convincenti le ragioni di Martina, ma tutti i candidati sono degni e credibili. Per la prima volta non c’è una distanza radicale tra candidati: forse siamo tutti consapevoli dell’emergenza politica che vive il Pd, per cui non reggerebbe altre divisioni personalistiche».

Chi è rimasto freddo davanti al manifesto è stato Renzi e, a parte lei, i renziani… «Dobbiamo smetterla di tirare per la giacchetta Renzi. Il Pd deve togliersi questo condizionamento psicologico, altrimenti non sarà mai libero di elaborare proposte e crescere leadership. Renzi farà le sue scelte, il Pd faccia altrettanto».

A dire il vero è lui che, nei momenti clou come la scelta di discutere o meno coi grillini, da segretario dimesso ha condizionato la decisione… «In quel caso ha fatto bene. Ora però siamo in un’altra fase, dobbiamo guardare avanti. C’è l’urgenza di creare movimenti politici destinati a durare».

Allora mettiamola così: lei consiglierebbe a Renzi di unirsi al resto del Pd e sostenere questo manifesto? «Non ho avuto modo di parlare con Matteo ma no, non glielo consiglierei. Rispetto il suo desiderio di defilarsi: il fatto che una persona capisca quando è il momento di rimanere in prima linea e quando no denota una leadership matura».

 

di Francesca Schianchi

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