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PD, parola d’ordine “reset”. La mia intervista a Il Foglio

Dario Nardella, sindaco di Firenze, non ci gira intorno: “Non abbiamo ancora capito che cosa ci è successo”, dice al Foglio. Il Pd è imbrigliato in tatticismi e ciò che manca, aggiunge, “è un’analisi seria di quanto accaduto il 4 marzo”. Questa fase storica, per quanto complicata per il centrosinistra, è utile per “resettare il Pd”. “Io credo che il posto dove dobbiamo stare è l’opposizione. Lo dico non per ragioni tattiche – anche perché di tattica se ne sta facendo troppa -, ma perché usciamo da un lungo ciclo che con le elezioni del 4 marzo si è definitivamente chiuso. Dunque non possiamo che stare all’opposizione, cogliendo questa fase, che potrebbe anche essere lunga, come una grande opportunità per resettare il Pd”.

 

I motivi sono due, dice Nardella: “Se copriamo tutto il campo dell’opposizione possiamo non solo difendere ciò che di buono abbiamo fatto ma possiamo soprattutto offrire un’alternativa a una nuova maggioranza di governo, che non mi pare impossibile essere costituita da Lega e Cinque stelle”. Qualunque maggioranza, aggiunge Nardella, non potrà che avere “i Cinque stelle come perno. Per la prima volta nella storia in Italia un grande movimento demagogico trasformista si troverà di fronte alla prova di governo ed è su quello che dobbiamo inchiodarli. Anche per questo il Pd deve uscire dal mood della campagna elettorale, smettere con tatticismi e personalismi e prepararsi per un periodo non breve di opposizione. La demagogia si sfarina quando si trova di fronte la prova del governo ed è chiamata a prendere decisioni, perché le decisioni creano sempre scontento. E’ lì che il Pd deve far sentire tutta la sua forza, ritrovando però una nuova progettualità. Perché è inevitabile che prima o poi un governo si formerà e dovrà fare i conti con la sostenibilità economica del reddito di cittadinanza e con l’ambiguità dei rapporti con la Russia. Insomma i Cinque stelle dovranno fare i conti con le tante promesse e il dovere di rispondere ai cittadini. Qui il Pd può trovare uno spazio straordinario, ma la precondizione è capire che cos’è successo”.

 

E’ passato un mese, dice Nardella, “e rischiarne di tornare al tatticismo. Non abbiamo fatto una seria analisi di cos’è successo. Le elezioni sono state uno tsunami sociale e politico per tutta l’Italia. Se non capiamo che c’è stato un cambiamento di epoca, allora rischiamo di condannarci all’estinzione”. Che cosa non ha funzionato? “Nessuno è così stupido da pensare che Renzi non abbia avuto responsabilità, infatti si è dimesso con un atto chiaro e coraggioso. Ma è ancora più stupido pensare che con le sue dimissioni Renzi abbia espiato le responsabilità di tutto il gruppo dirigente e che si siano risolti i problemi di 15 anni di storia politica della sinistra e del centrosinistra. Abbiamo smesso di fare selezione e formare gruppi dirigenti, a partire dai territori. Nel Mezzogiorno, da quando è nato il Pd, abbiamo preferito appaltare ai capibastone e ai signori delle tessere l’azione e la progettualità politica. Abbiamo così allontanato le nuove generazioni e la società civile. Che c’era la crisi dei circoli e delle sezioni lo sapevo da quando ho iniziato a fare politica. Ora dobbiamo ricominciare da zero ma è chiaro che non potremo ricominciare se ci facciamo tentare dall’idea di tenere un piede all’opposizione e un piede al governo. Dobbiamo avere le mani libere. Dobbiamo tornare ad ascoltare con umiltà le ansie e le preoccupazioni della gente, trasmettendo a tutti l’idea che i loro problemi sono anche i nostri. Ora non abbiamo più la camicia di forza della responsabilità di governo con la quale si dovranno confrontare altri. Abbiamo bisogno di tornare a respirare, di tornare nelle province più dimenticate, ai confini del paese, nei piccoli borghi”.

 

Insomma, “dobbiamo tornare a parlare di temi come l’ambientalismo, dobbiamo affrontare questioni irrisolte come burocrazia, legalità, sicurezza. Tornare a parlare di città. Dobbiamo capire che è finita un’epoca politica e sociale: non ci sono più ricette che partono dalle categorie del Novecento. In varie occasioni ho detto che i grillini hanno fatto saltare lo schema destra-sinistra, così come Macron in Francia. Per certi aspetti il ragionamento vale anche in Germania, dove centrodestra e centrosinistra da anni sono al governo insieme. Questo schema non è superato del tutto ma sicuramente non basta più. Ne abbiamo avuta l’ennesima prova dal flop di Leu, che ha giocato tutto su questa contrapposizione”.

 

Gli ex del Pd di Leu potrebbero tornare a casa? Nardella, seppur con cautela, apre: “Vedremo. Certo è che anche Leu dovrà fare i conti con la sconfìtta e con le contraddizioni che riguardano le tante anime al suo interno, dai riformisti agli oltranzisti. Certo non vanno ignorati gli sviluppi del loro dibattito”. Ma se il presidente della Repubblica richiamasse tutti i partiti al senso di responsabilità, il Pd potrebbe far parte di un governo del presidente? “Mi pare prematuro ipotizzare l’ingovernabilità del paese. Anche perché Lega e Cinque stelle si sono già accordati per le elezioni di Camera e Senato, quindi non ci vedo nulla di strano. I nuovi trasformisti, cioè i Cinque stelle, si abitueranno presto a un linguaggio moderato, alle auto blu e ai camerieri. Roberto Fico passerà dall’autobus alla scorta alla velocità della luce. Ma se pensiamo di combatterli rinfacciando loro ‘inciuci’, dicendo che Di Maio non sa usare il congiuntivo o sfottendolo per il curriculum non abbiamo capito niente. Anche perché se perdono credibilità non è automatico che ne guadagniamo noi. I Cinque stelle hanno sviluppato una relazione di empatia con la gente normale”. In questo senso, argomenta Nardella, “non dobbiamo assolutamente demonizzare chi ha votato Lega o Cinque stelle, commettendo l’errore che la sinistra fece a suo tempo considerando stupidi o in malafede gli italiani che scelsero Berlusconi. Attenzione a non commettere questo atto di arroganza. Il Pd dal 2008 ha perso 6 milioni di voti e li possiamo recuperare solo se inchiodiamo i Cinque stelle sulla coerenza e i fatti”.

 

Sindaco, i Cinque stelle hanno interpretato in parte il messaggio di rinnovamento che un tempo fu di Renzi? “E’ probabile che soprattutto nel Mezzogiorno abbiano ripreso parte del messaggio di rottamazione brevettato da Renzi. E’ anche inevitabile: quando sei al governo è più diffìcile tenere insieme lo spirito della rottamazione con l’onere del governo. Ora stando all’opposizione potremo avere mani libere per recuperare una purezza di pensiero e soprattutto per ricostruire un tessuto di partecipazione democratica nei territori. Non sfugge che siamo stati puniti perché troppo percepiti più come un partito di palazzo che di piazza”. Non solo, aggiunge Nardella, nel Mezzogiorno il Pd ha scelto di affidarsi ai “potentati locali”. “Io il sud lo conosco, fino a quattordici anni ho vissuto a Napoli e la mia famiglia viene da quelle regioni. Purtroppo, la sinistra ha per prima smesso di parlare alla società civile del sud e ha preferito dare in franchising i propri simboli. Non da ora, ma da più di dieci anni. Adesso però i nodi sono venuti al pettine. Per questo io penso che nel Mezzogiorno il voto ai Cinque stelle non sia stato solo a favore del reddito di cittadinanza. E’ stato un voto di protesta, rappresentativo del disagio contro chi ha gestito il potere e contro una classe politica usurata”.

 

David Allegranti

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