NOTIZIA

Nardella, manifesto per il lavoro

(intervista di Paolo Ermini pubblicata su “Il Corriere Fiorentino” il 28 marzo 2014)

«Ora più lavoro E stop alle auto ma in periferia»

Sul tavolo in noce che fu di Giorgio La Pira non c’è più il disordine creativo di Matteo Renzi. In Sala Clemente VII è tutto in perfetto ordine, perché il vicesindaco reggente Dario Nardella vi entra di rado. E ci spiega perché: «Vengo in questa stanza, che mi emoziona davvero, solo per gli incontri istituzionali. Sono scaramantico, ma soprattutto c’è una sacralità dei luoghi: io qui ci starò a pieno titolo solo dopo le elezioni del 25 maggio, se i fiorentini lo vorranno. Prima mi sentirei un inquilino».
Il possibile, probabile futuro sindaco è arrivato con l’iPad sottobraccio, ma anche con tanto di astuccio: dentro due penne preziose. Da quando ha lasciato la Camera, visto che a Palazzo Vecchio non si schiacciano bottoni ma si fanno i conti con i problemi veri, legge e studia più di prima. Un amico gli ha regalato Il trionfo della città, libro in cui Edward Glaeser, docente di economia ad Harvard, frantuma i miti delle città contemporanee (sporche, piene di criminalità, costose e dannose per l’ambiente) e rivela come in realtà siano la culla di miracoli fisici, economici e culturali. Del resto la politica è una questione di prospettiva. E Nardella su questo non teme di imitare Renzi. Se il bicchiere è mezzo vuoto, l’importante è dire come si può riempirlo: «Lanceremo un piano per il lavoro che creerà 26 mila posti in più nei prossimi 5 anni, puntando sugli effetti del nuovo aeroporto, dello stadio a Novoli e di tutte le altre grandi opere».
Ci arriviamo. Però prima confessi: ora che non è più deputato le manca il Transatlantico, ha nostalgia del Parlamento?
« Beh, devo ammetterlo: i primi giorni sì , mi è successo. Ma la sfida in cui mi sto impegnando è unica e poi , francamente, in certi casi stare alla Camera solo a schiacciar bottoni (il voto elettronico dei deputati, ndr) era diventato frustrante».
Nessun pentimento?
«Rifarei questa scelta altre mille volte. Anche se lasciare la Camera è stato un rischio: io ora devo convincere i fiorentini a votarmi. Altri colleghi, come ad esempio Fassino a Torino, non lo hanno fatto quando si sono candidati a sindaco. I politici, d’altra parte, ora devono rischiare di più rispetto al passato. Come ha fatto Renzi quando ha preso la guida del governo in uno dei momenti più delicati da sessant’anni a questa parte. Però stamattina (ieri, ndr) ho consegnato le chiavi di alcuni alloggi popolari in via Rocca Tedalda, restaurati grazie all’aiuto di un’azienda privata, la Menarini farmaceutica. Sette famiglie in tutto, tra cui un signore disabile che si è molto commosso: ecco, in quel momento ho pensato che non c’è niente di più gratificante che governare una città. Un sindaco tocca con mano gioie e dolori della gente».
Ma la sua busta paga ora è meno ricca…
«Guadagno un terzo rispetto a prima. Di fatto, tolte le spese, la metà. Come deputato la mia indennità era di oltre 12 mila euro, qui a Palazzo Vecchio prenderò circa 4.300 euro al mese».
Lei ha ripetuto più volte che non sarà il clone di Renzi. In cosa si differenzierà?
«Non sono ossessionato dal paragone con Matteo. La sfida che voglio vincere, se possibile, è riuscire a far meglio del mio predecessore».
A cominciare dalle elezioni del 25 maggio…
«Esatto. Voglio puntare a vincere al primo turno, obiettivo difficilissimo. Se c’è una cosa che non voglio ripetere di Renzi è andare al ballottaggio. Sul resto non mi differenzierò: le grandi opere pubbliche iniziate devono andare avanti. Su Tav, tramvia, aeroporto, nuovo stadio, Fortezza e Manifattura tabacchi dobbiamo velocizzarci».
In città tanti pensano che il decisionismo dell’ex sindaco sia acqua passata. Nel forum a La Nazione Confindustria Firenze ha detto che lei è diverso da Renzi, più disponibile al dialogo. Insomma sperano . Insomma sperano di pesare di più. Si torna alla concertazione?
«Se lo tolgano dalla testa. Se le categorie economiche vorranno contare di più dipenderà da loro, non dal sindaco. Palazzo Vecchio deve fare gli interessi di tutti i fiorentini, non di chi spinge di più, concetto che poi è la chiave della rottamazione renziana. Le categorie si devono rendere conto della profonda crisi di rappresentanza che stanno vivendo. Solo a quel punto, cambiando davvero registro, potranno dare un contributo vero al rilancio dell’economia. Nessuno s’illuda che si torni alla Firenze ante Renzi. Io non sposterò indietro le lancette. Dopo questa salutare rottura, il prossimo sindaco avrà davanti l’opportunità di costruire un modello nuovo di relazioni».
Il messaggio è anche per i sindacati?
«Mercoledì abbiamo finalmente abolito le Province, presto toccherà al Senato. La politica, finalmente, dopo vent’anni sta facendo le riforme. Invito i sindacati a discutere sì, ma in maniera costruttiva, perché un giorno si possa dire che a Firenze siamo riusciti ad aumentare l’occupazione del 5 per cento».
Sarà il lavoro la sua priorità?
«A Firenze la disoccupazione giovanile (tra 25-30 anni) ha raggiunto il 21, 9 per cento. Un record negativo in Italia. Bisogna trovare soluzioni. Lanceremo un piano per la città metropolitana. Questo sarà il mio guanto di sfida, dicendo a sindacati e imprese che adesso non abbiamo più alibi. II sindaco della città metropolitana avrà poteri su pianificazione urbana, politiche per il lavoro e promozione economica. L’esempio che seguiremo è quello di Boston, che è riuscita a contrastare la disoccupazione scommettendo su innovazione tecnologica, nascita di nuove imprese e politiche urbanistiche mirate. Tutte queste leve, per la prima volta in mano al sindaco della città metropolitana, dovranno diventare un moltiplicatore di occupazione. E di sviluppo. L’abolizione delle Province è un’opportunità di pianificazione unitaria con tutti i sindaci il territorio. Dico “no “a quello che io chiamo “effetto ciambella “: non è concepibile che a Firenze ci siano “volumi zero “per l’edilizia mentre a Sesto e a Bagno a Ripoli, per esempio, “volumi mille “».
E come farà a creare i 26 mila posti di lavoro in 5 anni di cui parlava poco fa?
«Oltre diecimila posti diretti arriveranno nell’area metropolitana grazie al completamento dei cantieri ordinari. Altre 16 mila persone avranno un’occupazione grazie ai 200 milioni di investimenti per il G8 ed il completamento di Alta velocità, il nuovo aeroporto e lo stadio a Novoli. Inoltre sfrutteremo al massimo la legge sulle start up, unificando gli incubatori. Oggi la mano destra non sa cosa fa la sinistra».
C’è altro nel suo piano?
«Bisogna puntare sul sistema duale scuola-lavoro: è la chiave di tutto. Nel primo anno di governo a Palazzo Vecchio sceglieremo due istituti professionali fiorentini per fare stage davvero formativi, alternando i banchi di scuola all’esperienza diretta. Ci sono già imprese disposte a partire. I settori su cui scommetteremo sono: turistico-ricettivo, manifatturiero (pelletteria in testa) e tecnologico-industriale. Questo modello dovrà valere per gli studenti degli ultimi due anni del corso di studi: tre mesi a scuola, tre mesi a lavoro e tre mesi di nuovo sui banchi. E poi, per rilanciare l’occupazione, faremo guerra alla burocrazia: oggi abbiamo 44 sportelli unici alle imprese, uno per ogni Comune della provincia, una follia. Ne faremo uno solo per tutta la città metropolitana. E a Palazzo Vecchio, ogni mese, vorrei riunire il “Consiglio delle grandi aziende “come fanno a New York: è una sfida per tentare di dare risposte alle esigenze delle imprese per creare occupazione. La collaborazione con la Nuovo Pignone sta dando già da tempo ottimi risultati».
E’ in corso una guerra per la guida della Camera di Commercio. Confindustria vuole una svolta.
«Gli industriali arrivano esimi. La “svolta buona “vale anche per loro. Da via Valfonda non stanno dando una bella immagine con questa rissa per la successione alla Camera di Commercio».
E’ una difesa del presidente della Camera di Commercio Vasco Galgani?
«Io dico solo: occhio a non bruciarsi nella battaglia per una poltrona. Anche in questo caso si deve ripensare il modello di rappresentanza, anche con tagli drastici».
II Comune, da tempo, vuole liberare piazza San Lorenzo spostando 83 bancarelle. Due settimane fa gli ambulanti l’hanno spintonata e minacciata fuori dal suo ufficio. Con Renzi lo avrebbero fatto?
Il mio maestro di musica diceva sempre che abbiamo due orecchie e una bocca, perché dobbiamo ascoltare il doppio di quanto parliamo. E un messaggio alla città: Palazzo Vecchio avrà le porte spalancate a tutti i cittadini. Ma su San Lorenzo non torno indietro. No, con Matteo non l’avrebbero fatto, ma alla fine hanno dovuto mandarmi una lettera di scuse, dunque…».
A capo del suo comitato elettorale ha messo una funzionaria di Confesercenti. Asse con il commercio?
«Alessia Bettini è una persona in gamba: la conosco dai tempi dell’Università . La Firenze del commercio non è tutta “bottegaia “, nell’accezione negativa. Io ho conosciuto tanti
commercianti seri in questi anni e  proprio grazie a questa rete, Alessia ha potuto conoscere davvero bene la città».
Commercio a Firenze a volte vuol dire anche rendita. A che punto è questa battaglia avviata da Renzi?
«Con i ” volumi zero ” è stato sopito ogni appetito speculativo a livello urbanistico . E poi alzando al massimo l’Imu più su immobili sfitti e seconde e terze case abbiamo dato un
segnale preciso: chi ha tanto di più, paga molto di più .
Adesso dovremo trovare un modo per tutelare quel patrimonio di artigiani che, subendo appunto la rendita sono costretti a chiudere o traslocare a causa di affitti sempre più alti».
La movida resta un’emergenza. Alla fine anche lei ha capito che servono regole rispettate più che patti…
«E’ venuto il momento di un sindaco che unisce. Però sul rispetto della legalità non sono disponibile a negoziare. Per garantire la vivibilità dobbiamo trovare un equilibrio tra diritto al divertimento e diritto al riposo: spostare parte dei locali fuori dal quadrilatero romano è una soluzione complessa ma efficace. Alle Cascine porteremo grandi concerti, allungheremo l’orario della tramvia e investiremo sull’Anfiteatro. Qualche proprietario di locali ha usato un termine indegno come “deportazione”, voglio vedere se qualcuno lo userà quando verrà a pigolare autorizzazioni per gli spazi estivi».
Lei è l’autore del disastro dei dehors in piazza della Repubblica. Ora è in corso la guerra di chi ne chiede altri altrove e non ottiene il permesso: Lei che farà?
« Continuo a pensare che oggi i dehors sono meglio di 5 anni fa. Tra un anno e mezzo circa scadranno lautorizzazioni per quelli di piazza della Repubblica, che sono effettivamente fuori misura: convincerò i locali a rivederli. Quanto agli altri c’è una realtà che non possiamo ignorare: la città è satura di dehors».
Che idea ha del centro storico?
«In questi cinque anni è stata dedicata molta attenzione al centro storico che è diventato più vivibile. Da qui al 2019 continueremo a lavorare sulla vivibilità inaugurando nuove aree pedonali. Però in periferia, dal Galluzzo a Brozzi».
I bussini elettrici, intanto, continuano a viaggiare lungo percorsi assurdi…
«Rivedremo le linee assieme ad Ataf. La mobilità elettrica resta e sarà fondamentale».
Ha rinunciato all’inversione del traffico sui Lungarni e in Oltrarno come voleva Renzi?
«Via Maggio, Serragli e Romana rimarranno con gli attuali sensi di marcia fino al prossimo autunno. Nel frattempo rifaremo tutto il manto stradale. Poi valuteremo».
Riuscirà a garantire al nuovo Teatro dell’Opera un bacino di pubblico sufficiente perché cammini con le sue gambe?
«Il problema c’è, ne ho parlato anche col governatore Enrico Rossi. Il Comune terrà in carico il teatro sino a fine anno, poi subentrerà un soggetto terzo, pubblico o privato. Dovremo garantire una pluralità di uso, ma senza mai abbandonare la qualità degli eventi».
La copertura delle spese riguarda però anche il Franchi, se sarà costruito un nuvoo stadio a Novo Sì è vero, io penso a fare del Franchi lo stadio di rugby e atletica, recuperando la vecchia pista per ospitare gli Europei dopo il 2020».
Basta concerti di violino ora che è in corsa per Palazzo Vecchio? «Il 30 aprile, per la Notte bianca, farò un ultimo concerto di violino… Ma non lo scriva».

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