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«Per le elezioni, vorrei un Pd 4.0» La mia intervista su Sette

di Vittorio Zincane

NON FA NEMMENO IN TEMPO a timbrare il biglietto che una signora anziana, un po’ alticcia, lo implora di trovargli un appartamento, un ragazzo con barbetta lo invita ad affrettare la chiusura di un cantiere, e una studentessa gli ruba un selfie senza che lui se ne accorga. Doppio Binario su rotaia con Dario Nardella, 41 anni, primo cittadino di Firenze, renziano della primissima ora, categoria “Lampredotto magico”. Zompa con agilità da un argomento all’altro, stringe mani e distribuisce pacche sulle spalle: «Ciao, come va? Grandissimo». Sorride al fotografo. Clic. Costeggiamo il Parco delle Cascine. Scendiamo. Mentre aspettiamo il tram per tornare in centro si avvicina un carabiniere: «Sindaco, sindaco, guardi qui». Ha in mano cinque sacchettini bianchi tenuti insieme col cellophane. «Sono dosi di hashish. Le ha trovate Batman in un cespuglio». Batman è il cane antidroga: gli è stato sottratto il boccone prelibato e ora ansima con un asciugamano bianco in bocca. Nardella si complimenta col quadrupede. Appena le forze dell’ordine si allontanano, chiedo al sindaco se sia favorevole a legalizzare l’uso delle droghe leggere. Risponde: «Sì, sono per consentire il consumo in un contesto di regole. Con punti di vendita controllati». Poi sterza sulle sue vittorie cittadine: «Qui alle Cascine stiamo estirpando la piazza di spaccio. Legalità e sicurezza. Per celebrare la bonifica del parco a settembre organizzeremo un grande picnic». Accenno al caso Consip e ai guai di Banca Etruria. Il sindaco si fa anguilla e sguscia: «Aspetto il fischio finale. Sarò un illuso, ma credo ancora nella giustizia giusta». Le volte in cui Nardella si è espresso pubblicamente in dissenso rispetto a Renzi sono rare. Ora si vedono alcuni fan patentati del segretario del Pd sussurrare «Renzi chi?» facendo spallucce, quindi la domanda è d’obbligo.

Ha ridimensionato anche lei li tasso di renzismo? Ci sono quotidiani che la definiscono “ex fedelissimo”. «C’è pure chi mi ha già iscritto alla corrente di Dario Franceschini. Tutto falso. I miei rapporti con Matteo sono solidissimi». Qual è l’errore più grande fatto da Renzi nell’ultimo anno? «La campagna referendaria. Per senso della sfida, forse involontariamente, ha caricato su di sé una scelta che riguardava tutto il Paese». Esame finito: lei è ancora renzianissimo. L’errore che il segretario del Pd non deve fare? «Pensare di poter scimmiottare il Renzi di tré anni fa. Serve una nuova narrazione…». Walter Veltroni ha detto: «Renzi cambi passo». Franceschini dopo le amministrative è stato duro: «Bastano questi numeri per capire che qualcosa non ha funzionato». E Romano Prodi: «Sposterò la mia tenda più in là». «Qualcuno si sta riposizionando. Però mi lasci dire… Fa un certo effetto rivedere Prodi e Berlusconi protagonisti della scena politica». Prodi è uno dei padri del Pd. «E stato un faro e ne ho profonda stima. Ma rivedere Silvio e Romano… fa pensare a un Paese che non è capace di camminare guardando avanti. Accendi il Tg e ti sembra di aver fatto partire una cassetta VHS del 1997. Forse Berlusconi e Prodi dovrebbero fare un gesto d’amore verso il loro Paese». Con un bel passo indietro? Beppe Sala, sindaco di Milano, ha ribadito che il passo indietro, anche se momentaneo, lo avrebbe dovuto fare Renzi. «Qualche giorno dopo la sconfitta al referendum ero in un ristorante con Matteo. Mi ha detto: “Credo che sia giusto chiudere tutto”». Poi ha cambiato idea. «Gli è scattato il senso di responsabilità nei confronti di centinaia di persone che lo avevano seguito e che si erano sacrificate per lui». Si andrà a votare col proporzionale. «Non vorrà mica parlare di alleanze e della non autosufficienza del Pd?». Certo. Lei con chi preferirebbe governare, con Berlusconi o con Pisapia? «Pisapia è decisamente più vicino. A me piacerebbe che lui contribuisse alla costruzione di un Pd 4.0». Il Pd 4.0? «Un movimento allargato, a destra e a sinistra, che vada oltre la forma partito. Si potrebbe chiamare i Democratici». Nel progetto Pd 4.0, o in una futura alleanza di centrosinistra, ci potrebbero rientrare anche Massimo D’Alema e Pierluigi Bersani? «Sono loro a minacciare una conventio ad excludendum contro Renzi. Certo, sarebbe difficile spiegare ai cittadini che solo dopo qualche mese dalla scissione il Pd è pronto a realizzare un’alleanza di governo con i fuoriusciti. Detto ciò parliamo troppo di formule elettorali e di alleanze, e poco di temi».

Sul tram fa caldo. Posti in piedi e sguardi incuriositi dei fiorentini. I turisti studiano la mappa della città.

Usciamo dal pantano italico delle alleanze e approdiamo ai famigerati temi: lei è favorevole a reintrodurre l’Imu sulla prima casa? «Credo di più in un ulteriore aumento della tassazione sulle rendite finanziarie. Per poi abbassare le imposte a chi produce». Lei, da sindaco, ha celebrato molti matrimoni tra coppie gay… è favorevole alle adozioni? «Sono contrario al mercato libero degli uteri in affitto». Intendevo: è favorevole a dare in adozione a una coppia gay un bambino già nato? «In determinate circostanze… si può valutare». Quelli di Articolo 1-Mdp non sono contrari a un confronto con il M5S sul reddito di cittadinanza. Dicono: oggi serve protezione per i più deboli. «Credo che sia sbagliato e impraticabile tornare a protezioni di tipo assistenziale. La protezione va data con il lavoro». Se il lavoro non c’è… «Le riforme attuate da Matteo servono a spingere le imprese ad assumere e a investire. Si offre più protezione a un giovane insegnandogli un mestiere o dandogli l’assegnetto palliativo proposto da Beppe Grillo? Dobbiamo uscire dagli anacronismi, anche su argomenti che caratterizzeranno tutta la prossima campagna elettorale». Quali argomenti? «La sicurezza, che non è parola né di destra né di sinistra, e l’immigrazione». L’immigrazione… «Capisco che ci sia il rischio di restare appiattiti sugli slogan di Salvini, ma non si può nemmeno restare ancorati alle posizioni di Roberto Saviano». Saviano ha commentato uno stralcio del libro Avanti di Renzi: ci ha letto “impulsi razzisti”. Lo scrittore dice che non ha senso affermare “aiutiamoli a casa loro”, quando l’Italia continua a vendere armi in giro per il mondo. «La frase del libro di Matteo uscita sui social network è stata estrapolata male da un discorso più ampio. Io credo che si debba andare oltre certe formule antiquate di accoglienza. Sono per un sistema che preveda investimenti in cultura e formazione per chi arriva, ma non può essere un indiscriminato “tutti dentro”. Troppo buonismo genera illusioni nei migranti e intolleranza nelle periferie». Lei ha litigato con Renzi a proposito dell’apertura di una moschea a Firenze. «Siamo entrambi favorevoli alla moschea. Abbiamo solo punti di vista diversi su dove vada costruita».

Davanti alla stazione uno studente con zainetto chiede a Nardella quando saranno operative le linee 2 e 3 del tram. Risponde: «A primavera 2018 inoltrata». Poi rivolto a me: «Ciò che oggi cambia di più il volto e la vita di una città è il modo in cui i cittadini si muovono».

Virginia Raggi, prima cittadina della Capitale, si è autoattribuita un 7,5, lei? «Io mi do 6. Se i Cinque Stelle fossero stati meno arroganti oggi i tonfi dei loro sindaci sarebbero meno fragorosi».

Accanto alla biglietteria c’è un gruppo di ragazze cinesi. Nardella: «Firenze è la prima città in Italia a ospitare un campus cinese. La settimana scorsa ho incontrato il segretario del Partito comunista di Shangai, uno dei dieci uomini più potenti della Ciña». Chiarisce: «Noi dai cinesi non dobbiamo andare con il cappello in mano…». Lo stoppo: questa del cappello in mano è una espressione trito-renziana. Replica: «Guardi che ogni tanto è Renzi a copiare le mie battute!». Un esemplo? «La citazione di Lorenzo il Magnifico: “Dica pur chi mal dir vuole, noi faremo e voi direte”. Matteo capta, coglie, prende in prestito…». Quando ha conosciuto Renzi? «A fine anni Novanta. A Pontassieve. Lui era con i Popolari, io con i Ds. Poi nel 2009 sono stato uno dei due del gruppo proveniente da sinistra a staccarmi per appoggiare Renzi sindaco. Mi diedero del traditore. Fu una scommessa fatta anche per affinità generazionale». Lei quando ha cominciato a fare politica? «Al liceo Morgagni di Firenze». Il primo comizio? «Quello per essere eletto rappresentante di Istituto». Il primo voto? «Alleanza democratica. Ho sempre pensato a un centrosinistra unito». Se non avesse fatto politica… «Se fossi nato in Germania o in Olanda oggi sarei violinista. Ho cominciato a suonare a Napoli, dove ho vissuto fino ai miei undici anni. Mi sono diplomato al conservatorio di Firenze e ho una specializzazione in musica da camera presa a Lugano. Arrivato all’Università ho dovuto scegliere. Temevo che in Italia non avrei mai avuto grandi gratificazioni come musicista. Quindi ho lasciato il violino e mi sono laureato in Giurisprudenza». Ha mai guadagnato qualcosa suonando? «Sì, spesso. Ho pure fatto una tournée con Biagio Antonacci. Con il mio quartetto siamo finiti al Maurizio Costanza Show. La passione per la musica e gli studi mi hanno aiutato anche in politica». Come? «Dopo il liceo mi ero un po’ allontanato dalla militanza. Mi sono avvicinato ai Ds attraverso alcune iniziative culturali sul territorio. Poi sono diventato il responsabile fiorentino della cultura per i Democratici di sinistra». In futuro potrebbe puntare ai Beni Culturali, il ministero di Dario Franceschini. «Ora punto a finire al meglio il mio mandato». Un consiglio che darebbe a Franceschini? «Seguire Firenze in un esperimento riuscito, e tenere aperti la sera tutti i musei più importanti d’Italia».

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