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Il presente e il futuro (digitale) di Firenze. La mia intervista a Wired

Il prossimo anno scade il mandato da sindaco di Firenze di Dario Nardella. Si ricandiderà. Vuole portare a termine un percorso che non sente finito, soprattutto sul tema dell’innovazione. Uno dei suoi chiodi fissi sono i dati e il tema del libero accesso: “Abbiamo lavorato tantissimo sugli open data come strumento di sviluppo della città, per la partecipazione dei cittadini e per la crescita delle imprese”, racconta. Tra qualche giorno a Firenze – dentro Palazzo Vecchio – ci sarà la terza edizione del Wired Next Fest del capoluogo toscano. Un’occasione per riflettere su come l’innovazione sta cambiando, in generale, le città. E Firenze in particolare.

Sindaco, che cosa è l’innovazione per Firenze?

“L’innovazione, per Firenze, è essere se stessa. Nella storia la città è stata protagonista di uno dei grandi momenti di innovazione, il Rinascimento, che ha portato profondi cambiamenti nella Scienza, nella Geografia, nei canoni artistici. Oggi Firenze deve e vuole svolgere lo stesso ruolo in un contesto completamente diverso dove ci sono nuove sfide, come la mobilità, la globalizzazione e l’imporsi di nuovi modelli economici.

Insomma, non basta conservare quello che si è, ma rinnovare la propria identità”.

Nel 2019 scade il suo mandato. Ha già detto che ha intenzione di ricandidarsi. Cosa pensa sia stato fatto meglio – in termini di innovazione – sotto la sua amministrazione?

“Sulla mobilità elettrica abbiamo fatto molto. Siamo la prima città italiana per numero di punti di ricarica; abbiamo un servizio di car sharing elettrico; e abbiamo una parte della nostra flotta di taxi elettrici, entro quattro anni tutti i taxi fiorentini lo saranno.

Abbiamo lavorato anche molto sulla trasformazione urbanistica. Firenze ha approvato un regolamento urbanistico intelligente: non si consuma nuova terra perché si recuperano gli spazi abbandonati. Erano circa 1 milione di metri quadrati abbandonati, in tre anni il 12% sono stati rigenerati e il 31% è in iter di approvazione per la riconversione”.

Cosa invece avrebbe voluto fare e non ci siete riusciti?

“Mi sarebbe piaciuto realizzare uno scudo verde, ovvero dotare la città di più di 100 porte telematiche per monitorare e gestire i flussi metropolitani delle auto, così da ridurre traffico e inquinamento”.

Scudo verde a parte cosa vuole fare nel prossimo mandato, qualora venisse rieletto?

“Dobbiamo completare il piano della banda larga entro gli inizi del 2020, scommettere quindi sul 5G e diventare la prima grande città cashless (senza pagamenti in contanti, ndr.), un modo anche per contrastare l’evasione. Inoltre, sempre sul fronte trasporti, l’obiettivo è quello di creare un sistema di controllo digitale della mobilità che dia ai cittadini un unico strumento per pianificare e acquistare i viaggi (sia con il trasporto pubblico che con quello privato)”.

Insieme ad Amazon avete portato avanti un progetto per la promozione dell’artigianato. Qual è il giusto atteggiamento da avere nei confronti dei big del digitale?

“Non bisogna avere sudditanza psicologica. Anzi. Devono essere sfidati per migliorare la vita dei cittadini. Lo abbiamo fatto anche con Google, Airbnb, Vodafone, Tim e altri. Da queste collaborazioni può nascere valore sia per noi che per loro”.

Oggi – più che gli Stati – i centri per l’innovazione di un Paese sono le città o le Regioni. Che rapporto avete con le altre grandi città italiane?

“Dovremmo fare più squadra. Oggi le 14 città metropolitane rappresentano il 40% del Pil, il 40% della popolazione e in questi luoghi nasce l’80% dell’Innovazione italiana. Se ci mettessimo insieme potremmo influire molto di più sull’agenda politica del Governo, per esempio su temi come la mobilità elettrica o il cambiamento climatico. Purtroppo, però non c’è abitudine a lavorare insieme. Servirebbe più cooperazione e meno campanilismo” .

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