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«Finita l’emergenza virus Firenze dovrà cambiare pelle» – la mia intervista a “La Nazione”

II sindaco di Firenze e il futuro della città dopo il virus: «Sarà dura, ma abbiamo davanti una sfida che può portare un nuovo Rinascimento»

Quando saremo liberi «Farò una grande festa, come dopo la Guerra. Medici e infermieri saranno i nostri partigiani»

Per comodità ho messo P il telefono in vivavoce, vicino al computer: io dalla sede de La Nazione in viale della Giovine Italia a Firenze, lo stesso grande edificio che c’era già ai tempi dell’alluvione del ’66. Da allora è parte della città al pari di un monumento, una strada, una piazza. Ci siamo dati appuntamento telefonico alle 15.30: «Sindaco ci sei?».

Dario Nardella è al nono giorno di quarantena (era stato in contatto con Nicola Zingaretti poco prima che il segretario Pd fosse trovato positivo al Covid) dalla camera del suo figliolo più grande, 12 anni. Il sindaco sta bene. «Non ho fatto il tampone perché non ho sintomi, come prevedono le norme». Questa non è un’intervista vera e propria, perciò la scrivo usando il tu, che è un qualcosa in effetti di anomalo per la direttrice di un giornale e un sindaco entrambi in veste ufficiale. Ma in tempi di coronavirus la normalità si è capovolta, per tutti. «La verità è che stiamo cambiando e forse per sempre». Dopo I’ll settembre si disse: nulla sarà più lo stesso. «Ora vale molto di più: perché stiamo modificando i nostri modi di vivere, e i nostri modi di vivere ci abitano dentro fino a diventare parte di noi. Cambiare loro significa dunque cambiare noi stessi, anche se all’inizio quasi non te ne accorgi. Lo vedo sui miei figli. Ho detto loro la verità, basta metterci un pizzico di fantasia e di dolcezza. Ma sminuire o tacere che senso ha?». Eppure ci sono tante domande  a cui sembra impossibile rispondere. «Mia figlia l’altro giorno mi ha chiesto: babbo quando finirà tutto questo?. È difficile trovare le parole quando un figlio ti fa una domanda del genere». E allora cosa le hai detto? «Che dipende da noi: la fine – non solo il quando, anche il come – dipende solo da noi». Paragoniamo spesso la nostra condizione a una guerra, e in effetti è quanto di più simile a una guerra si possa immaginare. Ma c’è una grande differenza: sono gli eserciti che decidono la fine di una guerra, i cittadini possono solo subirla. Stavolta, e qui hai ragione tu, decidiamo noi coi nostri comportamenti il destino dell’epidemia. «Sì, in questo senso la nostra è una grande prova di libertà. Se è vero che la propria libertà finisce dove inizia quella altrui, ciò che stiamo vivendo è un esercizio di libertà portato alle estreme conseguenze. Gli italiani stanno dando prova di una straordinaria capacità di autodisciplina e dunque di una straordinaria coscienza democratica». Ma forse è solo la paura a renderci cosi coscienziosi e pacati? Tu hai paura sindaco? «Ho paura ma non per me: ne ho per i miei genitori, per il mio figlio più piccolo che soffre molto di asma, per i miei cittadini, tutti. Però la paura è anche un sentimento sano, ci fa acquistare consapevolezza. Ecco la grande sfida che ci spetta: concederci la paura restando ragionevoli. E noi stiamo reagendo benissimo: forse è vero che i drammi sono prove di maturazione. Certo, fa rabbia che per cambiare si debba soffrire. Diceva Mandela: nella vita o si vince o si impara». Eppure siamo così recalcitranti a imparare: guarda cosa sta accadendo in Europa o negli Usa, sembrano noi due settimane fa. Minimizzano il virus, perdono tempo. E se ci pensi il Manzoni quando raccontava la peste del 1630 diceva le solite cose: anche all’epoca si fece finta di non vedere, si ignorò fino a quando non fu troppo tardi. «Ogni epidemia ha la stessa dinamica antropologica a prescindere dalle epoche: si tratta di un disperato desiderio umano di sopravvivenza. Ma è altrettanto vero che dopo ogni epidemia si rinasce. Pensa a cosa è successo a Firenze: in fondo il Rinascimento è arrivato dopo la peste nera del 1300». Credi che accadrà la stessa cosa anche adesso? Abbiamo odiato la Firenze intasata di turisti fino a soffocare. Ora che è nuda fa stringere il cuore. «Questa nostra condizione oggi ci mostra quanto siamo fragili: l’economia del turismo è fragile perché è la prima colpita da guerre, terrorismo, epidemie. Allora da questo dramma dobbiamo imparare a riassestare il nostro modello economico: Firenze ha portato in periferia gli uffici, le università, le aziende, le fabbriche, per questo il centro è diventato fragile. Occorre ripopolarlo, riequilibrare i numeri fra turisti e residenti, e saranno le prime politiche che metterò in campo non appena l’emergenza finirà. Ma i cittadini devono aiutarmi. E stato bello fino alle lacrime vedere ieri i fiorentini che davano gratis le loro case trasformate in beb agli infermieri e ai medici». Siamo tutti più facili alla commozione, sindaco. Anche io piango spesso, per quasi tutto, negli ultimi giorni: bastano il disegno di un bambino, un video di resistenza su Facebook. A te cosa commuove? «I ragazzi che cantano dai balconi, mi è venuto in mente l’usignolo che anche in gabbia non smette di cinguettare, e poi tutte queste storie di umanità che covano sotto la cenere in tempo di pace ed esplodono in tempo di guerra». Perfino la politica è cambiata. Leggevo poco tempo fa un’intervista al Nobel Stiglitz: diceva che con la pandemia i populisti stanno perdendo consenso. «È vero, e infatti ho visto lupi trasformarsi in agnelli, perché i cittadini in queste situazioni non hanno voglia di urla, litigi, politici con la bava alla bocca. Non è un caso che Conte stia crescendo nei sondaggi: cerca di fare sintesi, comunica calma». Però Conte è un leader solo: guarda questa Europa debole e assente. «Negli ultimi dieci anni l’Europa ha avuto tre prove: il terrorismo, l’immigrazione, adesso la pandemia. Finora queste prove se le è giocate malissimo, ma il virus può ancora diventare un’occasione di riscatto. L’ultima, sennò credo che anche per l’Europa nulla sarà più lo stesso, passata l’emergenza del virus». Lo dicevamo all’inizio: tutto dovrà cambiare, dopo. «Questa sarà la cifra del nostro secolo: la capacità di adattamento di fronte ai grandi cambiamenti. E anche io, nel mio piccolo, dovrò cambiare prospettiva. Sono stato eletto meno di un anno fa e vedevo già il mio mandato tracciato in un certo modo, ma ora dovrò modificare la rotta: la sfida che ho davanti a me si fa enorme». Di cosa hai più paura rispetto alla tua città? «Non sono preoccupato per l’oggi, perché vedo che Firenze risponde: è ordinata, consapevole. Sono invece preoccupato per il giorno in cui dovremo rialzarci. Tutto dovrà ripartire: dall’economia all’immagine della città del mondo, e non sarà immediato né semplice. Ma la sfida potrà trasformarsi nel nostro nuovo Rinascimento». Ho voglia di immaginare qualcosa di bello: quale sarà la primissima cosa da fare quando saremo di nuovo liberi di uscire, sicuri dal contagio? «Voglio immaginare anche io: farò una grande festa, la stessa dei fiorentini in piazza l’11 agosto 1944, quando la città fu liberata dai tedeschi. I medici e gli infermieri saranno i nostri partigiani, e potremo abbracciarli in strada come allora. E poi ci sarà Firenze, e sarà bellissima».

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