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“È come l’alluvione A Firenze servono mecenati stranieri Partirò dalla Cina”- la mia intervista al Corriere della Sera

Il sindaco Nardella: vicini al collasso, è un nuovo ’66 Sono infuriato, dal governo non ci è arrivato un euro Farò un giro del mondo per cercare fondi privati

«Siamo in ginocchio: questa è per noi una nuova alluvione. E oggi, come 54 anni fa, per dirla con Piero Bargellini, il sindaco di allora (“Firenze ha bisogno del mondo perché il mondo ha ancora bisogno di Firenze”), lancio un appello a tutti i mecenati e a coloro che amano Firenze: contribuite al Fondo per la rinascita ispirato alla “chiamata alle arti” di Ludovico Ragghianti nel 1966: aiutateci a riveder la luce dopo il fango». Dario Nardella, primo cittadino di Firenze, sulla scrivania che fu di Giorgio La Pira sfoglia l’ultimo report sul bilancio comunale: «C’è un disavanzo di quasi 200 milioni».

Sindaco, il dramma della pandemia è planetario. Perché crede che Firenze sia un caso particolare? «Perché se da un lato i Comuni sono in crisi totale, le città d’arte sono al collasso. Siamo colpiti dal crollo del turismo e di tutto l’indotto: per noi 49 milioni in meno dalla tassa di soggiorno, 18 dai ticket per i bus turistici e 15 dagli incassi dei musei civici…».

Si appella ai mecenati e non al governo? «Sì, perché dei soldi promessi dal governo non c’è ancora un euro. Sono infuriato e molto preoccupato: non ho i soldi per pagare la manutenzione ordinaria di monumenti e immobili, ho dovuto azzerare i 3 milioni previsti. Così ho pensato che ce la dobbiamo cavare anche da soli». E cosa farà? «Appena si allenteranno i vincoli inizierò un lungo giro del mondo per andare a cercare fondi privati. La prima tappa sarà la Cina. Il motivo? E stato il Paese più solidale con Firenze, donando rapidamente mascherine e respiratori. Poi andrò a New York, Los Angeles, e in Giappone, Hong Kong, Taiwan, India, per poi chiudere a Londra, Berlino e Parigi. La Fondazione Cr Firenze, Morgan Stanley e alcuni imprenditori russi hanno già contribuito».

Incontrerà molti tra imprenditori e mecenati. Chiederà contributi, ma cosa prometterà in cambio? «Diventare ambasciatori di una delle capitali della cultura nel mondo. E noi garantiremo il massimo impegno per costruire un nuovo umanesimo, ripensando radicalmente il modello di città in cui è fiorito il Rinascimento».

Ecco la nota dolente: un modello di città, il cui bilancio da 3o anni è incentrato quasi esclusivamente sul turismo, di massa per di più. «Firenze non è Venezia: ha una grande tradizione legata a export della moda, meccanica e farmaceutica. Il punto è bilanciare questa economia con il turismo, che ha monopolizzato il centro storico». Magari serve anche un po’ di autocritica… «Non mi sottraggo, anzi. La responsabilità, negli ultimi decenni, va distribuita tra tanti. A Firenze abbiamo decentrato in periferia funzioni vitali come università, tribunale, grandi uffici bancari senza predispone prima un piano per l’area Unesco. Abbiamo sbagliato tutti, perché così la rendita immobiliare, lauta e improduttiva, si è impossessata del cuore della città con gli affitti turistici. Io stesso ho sbagliato a non combattere in modo più radicale questa cultura. Ora lancio un appello a tutte le imprese: tornate in centro, io mi prendo l’impegno ad offrire nuovi servizi e vantaggi fiscali».

Lei parla di «nuovo umanesimo». «Vasto programma», direbbe De Gaulle. «Non ho la bacchetta magica, posso solo mettercela tutta. Ed entro la fine del 2020, presieduto dal premier Giuseppe Conte che avevo incontrato riservatamente a febbraio, organizzeremo a Firenze un simposio proprio sulla costruzione di un nuovo umanesimo. Inviteremo i sindaci delle più grandi città d’arte del mondo, il rettore della Sorbona Gilles Pécout, gli economisti Amartya Sen ed Esther Duflo (entrambi Nobel), le fisiche Lucia Votano e Fabiola Gianotti, il filosofo Edgar Morin e Mikhail Gorbaciov in videoconferenza».

Tre progetti su cui si concentrerà adesso? «Collaborare col ministro Franceschini per realizzare la Loggia di Isozaki alla nuova uscita degli Uffizi: oggi più che mai, per scuotere la città e aprirsi alla contemporaneità. Poi lavoreremo agli Uffizi 2 esponendo una parte della collezione in un grande immobile recuperato fuori dal centro, anche per diluire i flussi turistici. E poi dobbiamo costruire il nuovo stadio e recuperare in ogni caso il Franchi, ma c’è un sistema burocratico inestricabile».

Ma sindaco: la legge per i nuovi stadi porta il suo nome, la presentò da parlamentare. «E vero, ma dobbiamo ridurre ancora di più i vincoli. Ci siamo resi conto che i sindaci hanno le mani legate rispetto alle opportunità offerte dai privati».

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