Liberalizzazioni nel Commercio: il mio modo di vedere le cose.
Dare libertà ai negozi di decidere i giorni di apertura è di destra, obbligare i negozi a star chiusi è di sinistra. La discussione di questi giorni – nella quale rischia di cadere anche il mio partito, il PD – sembra portare ai tempi di Gaber ma è affrontata da molte parti, anche all’occhio meno attento, in modo davvero semplicistico. Il tema del commercio e dei suoi orari è un tema complesso che sarebbe fin troppo comodo ridurre a schemi ideologici o meramente politici. La questione diventa poi tecnicamente e politicamente ancor più complessa se viene affrontata da norme contrapposte e da un plateale contrasto istituzionale, come quello che si è determinato tra la Regione Toscana e il Governo in questi giorni.
A pagarne le conseguenza – purtroppo – sono i Comuni stretti tra una legge dello stato (il decreto Salva Italia) che impone libertà di aperture agli esercizi commerciali e vieta alle amministrazioni comunali di prevedere ogni forma di regolazione territoriale e merceologica ed una legge regionale che disapplica la norma nazionale confermando la disciplina previgente.
La posizione della Regione Toscana è condivisibile in molti aspetti, ne comprendo i timori e la volontà di conservare un patrimonio economico e culturale fatto da tante piccole botteghe a conduzione familiare. Del resto sono stati proprio i Comuni, Firenze in testa (vedi la stampa locale di fine dicembre) a denunciare gli effetti negativi di una totale “deregulation” del commercio.
L’imposizione però al fotofinish, senza un confronto preventivo, di una norma regionale in aperto contrasto con una legge nazionale, fonte normativa gerarchicamente superiore, non facilita affatto il compito di chi queste leggi – entrambe – è chiamato ad applicarle, come i Comuni, né aiuta consumatori e commercianti a muoversi in un quadro di chiarezza.
Viene perciò naturale chiedersi: perché non se ne è parlato prima? La Regione ha cercato in modo ponderato e approfondito una via di cooperazione istituzionale sia con lo Stato che con gli enti locali per arrivare ad un modello quanto più condiviso possibile?
In merito alla questione più generale, mi pare importante affermare un principio generale: per il nostro Paese le liberalizzazioni in tanti settori dell’economica non possono che essere un valore. Siamo il paese più arretrato in Europa, legato da corporazioni e gruppi di potere che continuano a crescere vivendo di rendita e impedendo l’accesso al mercato di nuovi competitori. Personalmente sono orgoglioso del fatto che proprio i governi di centrosinistra del passato siano stati i primi ad avviare coraggiosamente queste riforme in molti settori.
Detto questo, la soluzione non può essere l’assenza di ogni regola, soprattutto in un settore con forti implicazioni sociali e culturali. Ci insegnano sin da bambini che l’assenza di regole rafforza il più forte contro la presenza di piccoli e medi attori che rappresentano, invece, per il nostro tessuto economico e sociale prima di tutto una ricchezza.
Per questo continuo a pensare che rimanga necessaria una regolazione del mercato con poche ma chiare regole che – nell’ambito di una diffusa liberalizzazione – consentano deroghe ed eccezioni per declinare il principio generale con le specificità dei territori e delle città e quindi riconoscano la responsabilità dei Sindaci che di questi territori sono i primi rappresentanti. Il commercio, infatti, nasce storicamente nelle città ed è li che si sviluppa e cambia a pari passo con le trasformazioni urbane.
In questo quadro emerge il tema altrettanto importante della storicità del commercio e dell’identità delle città. E’ evidente che per tutelare un commercio qualificato e storicamente significativo non è possibile intervenire sul piano dell’economia o limitando la libertà della concorrenza ma sul piano della tutela e della promozione del patrimonio culturale, delle norme edilizie e urbanistiche. Strumenti, cioè, di tutela attiva e di promozione diretta che però non pregiudichino il libero svolgersi del confronto puramente commerciale.
Non possiamo impedire la concorrenza per salvare i più piccoli, dobbiamo piuttosto liberare la concorrenza individuando gli strumenti più idonei e specifici per tutelare chi merita un sostegno pubblico.
Un altro aspetto che non riesco a chiarirmi in questa discussione è cosa c’entri la questione delle liberalizzazioni con il tema molto più ampio del consumismo.
Sia chiara una cosa: il consumismo non è figlio delle liberalizzazioni, ma di modelli culturali e sociali che si apprendono nelle scuole, in famiglia, nelle comunità.
I centri commerciali nascono per una crescita della domanda di consumo e non viceversa. Il tema su cui lavorare è il rapporto tra domanda e offerta e il modo con cui entrambe si organizzano ed evolvono.
La cultura del proibizionismo o comunque della irreggimentazione dell’offerta di un servizio o di un prodotto appartiene a categorie del passato. Non possiamo “moralizzare” il mercato. Regolarlo sì. Dobbiamo lavorare sulla domanda, vale a dire sulla grande scommessa di rendere i cittadini consumatori liberi ma consapevoli.
Il superamento del consumismo passa, infatti, dall’”educazione” del consumatore, dalla consapevolezza sul prodotto che si acquista, sulla trasparenza dei processi produttivi. Se un genitore decide di acquistare per i propri figli ogni giocattolo su cui poggiano il loro sguardo, non sarà colpa del fatto che il centro commerciale sia aperto anche la domenica se quei bambini, un giorno, vedranno l’acquisto come un fine a sé e non come un mero strumento per soddisfare i propri bisogni.
Ma purtroppo non sta allo Stato, o alla Regione, imporre a quel genitore l’educazione che intende dare ai propri figli in materia di commercio. Né decidere al posto del consumatore. Loro compito dovrà essere – invece- dare regole al mercato per perseguire un interesse pubblico nel quale trovi spazio la tutela del piccolo commercio come i diritti dei consumatori, come la garanzia di un’ampia e plurale offerta commerciale.
Infine un ultimo ragionamento. Spesso si confonde la questione degli orari con i diritti dei lavoratori.
Sono convinto che qualsiasi negozio decida di aprire durante una festività debba necessariamente rispettare i diritti dei propri dipendenti, riconoscendogli i supplementi previsti per chi lavora durante un giorno festivo, prevedendo un’organizzazione del lavoro ed un organico aziendale capace di permettere una giusta e sostenibile turnazione, senza ricatti né violazioni delle norme e dei contratti collettivi nazionali.
Perché questo avvenga non è purtroppo sufficiente vietare le aperture dei negozi ma rafforzare i controlli dell’Ispettorato del lavoro da un lato e concentrare gli sforzi dei sindacati sul terreno dell’organizzazione del lavoro, dell’aumento dell’occupazione e delle integrazioni salariali.
Sarebbe illusorio pensare che la carenza di contrattazione o la debolezza del lavoro siano risolvibili da un’ordinanza comunale che vieta le aperture dei negozi sabato domenica e feste comandate. Viceversa abbiamo davanti il compito di affrontare di petto un grande tema politico su cui riorganizzare gli strumenti e le norme della rappresentanza sociale e costruire la partecipazione dei lavoratori, avendo presente l’evoluzione degli stili di vita di cittadini che quasi sempre sono allo stesso tempo sia consumatori che lavoratori.




