Volontariato. Un nuovo modello di società
Il 2011 è l’anno europeo del volontariato. In Palazzo Vecchio, con la Misericordia di Firenze e la Compagnia delle Opere abbiamo tirato le somme di un anno dedicato a convegni, studi, dibattiti sul volontariato, l’associazionismo, il terzo settore.
Per avere un’idea di quanto pesi questo mondo nel nostro Paese, bisogna partire, come sempre, dai numeri: 850.000 persone impegnate nel volontariato e 21000 organizzazioni attive sono numeri di assoluto rilievo. Il volontariato in Italia è una tradizione forte, una realtà estesa, che si è sviluppata soprattutto negli ultimi venti anni, conquistando di recente nuovi ambiti come la cultura e la protezione civile, oltre ai tradizionali settori del sociale e della sanità.
Il valore del volontariato è centrale per la ogni comunità. Esso rappresenta, come ha ricordato la Corte costituzionale, la primigenia vocazione sociale dell’uomo, come singolo che vive e opera nella comunità.
Anche in questo periodo di profonda crisi sociale ed economica il volontariato può costituire una chiave di ricerca di nuovi modelli e soluzioni per il futuro. Questo mondo ha cominciato a crescere infatti con la crisi del “welfare state”, con l’affermazione del principio di cittadinanza attiva, con il ritorno del territorio come realtà protagonista dello sviluppo democratico delle popolazioni. Insomma il volontariato si è sviluppato proprio nella fase di trasformazione sociale della fine del secolo scorso, quando i poteri pubblici hanno dimesso il ruolo immanente nella società e hanno lasciato spazio a organizzazioni e realtà nate sull’autonoma iniziativa dei cittadini.
Parlo di autonoma iniziativa perché il volontariato si basa su questo principio. Un termine che ha la radice etimologica nella “voluntas”, ovvero nella libera ed autonoma determinazione dell’individuo nel perseguire un obiettivo. Tale libertà non nasce dal caso (altrimenti parleremmo di spontaneità e non di volontà), ma origina da un impulso interno di natura culturale, spirituale, emotiva. Dietro questo impulso di volontà vi è la gratuità: il desiderio di compiere un atto senza un calcolo utilitaristico. Questa è la forza autentica del volontariato.
In quale contesto istituzionale può crescere il volontariato? Certamente in un contesto nel quale lo Stato non predomina, ma governa, non si sostituisce alle relazioni sociali, ma le accompagna. In ciò sta il principio, recentemente inserito nella Costituzione, della sussidiarietà. Le istituzioni non si limitano a riconoscere, dice la nostra Carta fondamentale, ma favoriscono l’autonoma iniziativa dei cittadini, come singoli e in associazioni, sulla base del principio di sussidiarietà. Ecco che lo Stato non è società, ma parte della società. La Repubblica è l’insieme di istituzioni, Stato compreso, e cittadini.
Su queste basi possiamo davvero costruire un nuovo modello di società e potremmo dare al volontariato e al terzo settore in generale un ruolo determinante.
Le sfide sul percorso che è innanzi a noi sono ovviamente molte e dure: il volontariato deve connettere con più incisività le tante realtà che rappresenta; deve distribuirsi con più equilibrio nel territorio del nostro Paese dove anche in questo ambito predomina lo squilibrio Nord-Sud; deve infine puntare a modelli organizzativi e professionali sempre più efficienti e innovativi. Perché il volontariato è una cosa seria. Non significa organizzare alla meglio un po’ di tempo libero. E’ un’”industria sociale”, capace di esaltare e utilizzare al meglio le risorse personale dei cittadini nell’interesse di una comunità, a partire dai più deboli. Soprattutto il volontariato si basa su un moto gratuito e generoso di milioni di persone che agiscono per il bene dell’umanità, prima che per il proprio interesse personale. Non è questo il migliore antidoto alla crisi globale economica?

