Vice Sindaco di Firenze



Oct 4, 2011

Non è il Bangladesh, non è la Cina. Questa è l’Italia

I racconti dei parenti delle cinque donne morte nella palazzina
di Via Roma, a Barletta, ci catapultano in un altro mondo, un’altra epoca.
Lavoravano a nero, nel laboratorio tessile disintegrato dal crollo. Lavoravano giorno e notte, dalle 8 alle 14 ore, per confezionare magliette e tute da ginnastica. Lavoravano per 4 euro all’ora quando andava bene. Sì, perché il lavoro va e viene, a seconda delle commesse ottenute dal titolare. Nessun contratto, nessun diritto. Lavoratrici fantasma.

Signori, non stiamo parlando del Bangladesh o della Cina; paesi che giudichiamo con distaccato disgusto quando apprendiamo di casi di sfruttamento del lavoro. Questa è l’Italia, la sesta potenza economica mondiale. Questa è una storia italiana come
centinaia ve ne sono probabilmente sparse nel Sud della Penisola e non
solo. Storie di sfruttamento, di vite sventurate senza diritti e dignità, di
lavori infami. Storie che talvolta si intrecciano drammaticamente con gli
affari della malavita, come ci è capitato di leggere in Gomorra, di Saviano.

Questa è l’Italia di oggi, del 2011. E non si dica che è
colpa della crisi economica, dell’oppressione delle tasse, che tutto sommato
nel Sud si è sempre fatto così. Questa Italia non può e non deve esistere. Le
condizioni nelle quali lavoravano le quattro operaie, tutte trentenni, in una
palazzina putrida e pericolante sono quanto di più vergognoso il nostro Paese
possa mostrare al mondo. Il crollo ha tolto all’improvviso il velo ad uno dei
tanti esempi di economia quasi sommersa, ai limiti della legalità, dove il
confine tra la parola lavoro e quella di sfruttamento, per non dire schiavitù, è
molto sottile.

Quel laboratorio è l’emblema di un volto del Paese che
esiste ancora e dilaga. Ebbene questo volto va cancellato con durezza e
coraggio. Dobbiamo imparare a denunciare questi fatti, dobbiamo aprire gli
occhi su una realtà che ci sembra lontana anni luce, ma che invece potrebbe
celarsi a pochi chilometri dalle nostre case, dobbiamo indignarci e reagire a
chi non fa niente per la sicurezza sui luoghi di lavoro. La rinascita della
nostra economia non può che passare dalla qualità, dalla legalità e dal
rispetto di diritti e doveri. Ogni scorciatoia è fatale. Prima lo capiremo
tutti, prima l’Italia uscirà dal tunnel. Abbiamo un debito con queste vittime e con tutte le altre che hanno perso la vita lavorando. La mia generazione ha il dovere morale di provarci!