Cara casta, basta privilegi
Da “La Nazione”, 5 agosto 2011

E’ una questione prima di tutto etica: può la classe dirigente di un paese vivere in un mondo parallelo, non condividere, per prima, i sacrifici a cui il paese è costretto? Può, incurante, continuare a suonare la solita musica mentre la nave sta affondando? La risposta è No. Una classe politica che pretende rispetto deve essere prima di tutto un esempio per i cittadini, il modello a cui ispirarsi. Non un alibi collettivo.
La situazione economica italiana è preoccupante, lo dimostra la speculazione in corso contro il nostro paese, la turbolenza dei mercati su una manovra finanziaria che taglia, indiscriminatamente, ma non riesce ancora una volta ad affrontare i nodi veri del nostro sistema offrendo soluzioni per la crescita. A pagarne le spese sono prima di tutto le famiglie italiane: riduzione delle detrazioni per il mutuo prima casa – dopo che con l’abolizione dell’ICI è stata considerata un diritto; messa in discussione di diritti acquisiti come le pensioni; ticket per le prestazioni sanitarie, si chiede alle famiglie italiane, che non riescono a pagare i debiti già assunti.
Il punto è che questa nuova inedita richiesta di sacrifici non vale per i politici, ossia proprio coloro che hanno il compito di guidare e rappresentare ai livelli più alti e autorevoli il popolo.
Se è vero e giusto che anche le istituzioni abbiano un costo, è però divenuta insopportabile la confusione che si vuol fare tra costi della democrazia e privilegi della casta. Non voler colpire le sacche di privilegio significa ignorare una situazione sociale oramai esplosiva. Non è più tempo di dichiarazioni, disegni di legge che non avranno mai esito, lunghi e inutili processi di riforma costituzionale. Il tempo degli annunci e dei buoni propositi è scaduto.
Stato e Regioni hanno infatti tutti gli strumenti per agire ora e subito: tagliare il numero dei parlamentari, rivedere vitalizi e indennità, eliminare rimborsi forfettari, ridurre drasticamente i benefit di cui godono le assemblee del Parlamento e dei Consigli regionali. I privilegi che abbiamo letto in questi giorni su tutti giornali, tra buvette, trasporti gratuiti, portaborse e quant’altro, sono vere e proprie offese nei confronti delle famiglie che lottano per far tornare i conti ogni mese. E’ la conferma di una idea della politica ormai separata dalla società, malata da perenne impunità e autoreferenzialità, figlia di una legge elettorale con cui i cittadini non scelgono più i propri eletti.
Molti si difendono sostenendo che queste tesi sono al servizio del populismo. A loro rispondo che è proprio l’immobilismo il modo migliore per rafforzare le posizioni politiche estreme e demagogiche, allontanando davvero la politica dal paese.
Quello che viviamo oggi è la sindrome di una classe dirigente che ha smarrito il senso della propria missione, dimenticando che la politica è a servizio del bene comune. Nel dopoguerra i deputati comunisti viaggiavano di notte in treno perché non potevano pagarsi l’albergo, De Gasperi si fece prestare un cappotto per la sua visita negli Stati Uniti mentre Nenni se lo faceva rivoltare.
Il Presidente Napolitano, in questi giorni, è riuscito con pochi gesti concreti e immediati a dimostrare che la politica può riformarsi e può far sentire – in un momento difficile come questo – che viviamo tutti la medesima condizione e siamo tutti chiamati ad uno straordinario sforzo di reazione alla crisi drammatica in atto. Non c’è altro tempo da perdere.
Dario Nardella
Vicesindaco di Firenze

